Indossare un cuore

scritto da Mudita
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Racconto di narrativa esistenziale. Quando il reale si incrina e si deve fare la scelta se imparare, finalmente, a vivere.
- Nota dell'autore Mudita

Testo: Indossare un cuore
di Mudita

1.

Scrivo facendo volare la penna sul foglio, mentre la mente vola tra le sue valli ed i suoi oceani sterminati. Poi la faccio tornare qui, concentrata sulle lettere che generano parole che a loro volte creano le frasi che raccontano la mia storia. O almeno, una delle tante storie.

Scrivo per provare a fare ordine, per provare di sollevarmi da questa sorta di purgatorio morale nel quale sto marinando.

Scrivo perché nell’atto stesso di scrivere trovo terapia e sollievo. E dio solo sa quanto abbia bisogno di entrambe le cose in questo momento.

Mulinello di eventi assurdi che cerco di riordinare diligentemente su carta. Conflitti trattenuti dentro come in apnea, proprio io che avevo vissuto buona parte della mia vita adulta a motivare gli altri, insegnando loro il potere curativo del respiro, esortandoli a notare quel sottile eppur essenziale equilibrio tra il corpo e la mente. Proprio io…ma io chi?

 Una mattina di un imprecisato giorno di fine autunno. Aprii gli occhi passando da un’oscurità ad un’altra.  In bocca sentivo il sapore del sangue misto a quello dell’oblio.

Sentivo anche una sensazione di freddo al centro dello sterno, e vi portai le dita della mano destra: una pietra, delle dimensioni di una noce. Toccai la superficie liscia e fredda e chiusi la pietra nel mio pugno per scaldarla nel mio palmo; chiusi anche gli occhi al contempo, cercando di ricordare.

“Tiger Eye”…lei mi chiamava Tiger Eye.

Scesi dal letto e rimasi seduto sul bordo per alcuni momenti, con la testa tra le mani e quel costante sapore di sangue tra lingua e palato. In sottofondo il rumore della pioggia che batteva inesorabile sul vetro della finestra davanti a me; cercai di contare quanti più battiti  di pioggia riuscissi a notare, poi iniziai a contare i miei di battiti portando entrambe le mani al petto. Troppe distrazioni, concentrati sul respiro, sulla tua ancora – mi dissi mentalmente mentre mi alzai in direzione del bagno.

Rimasi a lungo sotto la doccia, il getto d’acqua mi avvolgeva, il vapore tutt’attorno creava una sorta di bolla protettiva. Chiusi il rubinetto dell’acqua calda e tutto si dissolse gradualmente. Impermanenza…ricordo che parlavamo spesso di impermanenza.

Passai il palmo della mano sullo specchio per rimuovere lo strato di condensa creatasi e mi trovai faccia a faccia con l’immagine della persona dall’altra parte.

“ E se un giorno, guardandoti allo specchio, tu vedessi una persona diversa da quella che hai visto riflessa fino ad allora? Continueresti ad immedesimarti in quel volto?” sprazzi di discorsi che tornavano a galla sulla superficie dell’oceano mosso della mente, distogliendomi dal momento presente, deconcentrandomi. Ma era importante ricordare. Aprii la bocca controllandomi sia lingua che gengive: avevo un paio di afte sul labbro inferiore…che fossero quelle a darmi quel sapore ferroso in bocca? Cercai dell’olio di tea tree, o qualunque altro antisettico anche meno naturale, per fare dei gargarismi ma senza successo. Guardai di nuovo la pietra che avevo al collo, prima dall’immagine allo specchio, poi abbassai lo sguardo e la presi di nuovo in mano, soppesandola e passandoci sopra un pollice: era una varietà di quarzo, dal colore giallognolo con striature marroni e nere, il ciondolo che la sosteneva era semplice, sottile e nero. Occhio di tigre, minerale facente parte del gruppo dell’amianto blu.

“ È la tua pietra, ti proteggerà. Ti aiuterà a migliorare la tua visione interiore. Prendi questa.”  Nuovamente, reminiscenze di discorsi fatti con lei. Dove eravamo? In Sri Lanka forse? Magari in quel shisha bar sulla spiaggia ad Arugam Bay? Ricordi che lentamente riaffioravano, ma erano sparsi come chiazze di una bottiglia d’olio d’oliva che è stata versata nel Pacifico.

Uscii dal bagno, la pioggia continuava a ticchettare sulle tegole e le superfici delle finestre, come a fare da metronomo al tempo che scivolava via, illusorio ed indefinito.

Misi biancheria pulita ma indossai le stesse cose che trovai sulla sedia in camera, supponendo fosse lo stesso abbigliamento che indossavo la sera prima: un paio di jeans Lee con gli strappi all’altezza delle ginocchia, una t shirt bianca; la annusai all’altezza delle ascelle prima di mettermela addosso. Nessun odore molesto. La maglietta portava una scritta all’altezza del pettorale sinistro, House of OM Yoga School di un arancio sbiadito.

Uscii dalla camera da letto portandomi con passo svogliato nella zona cucina – soggiorno: mi sentivo come i postumi di una sbornia ma senza mal di testa o nausea, solo uno sfacciato senso di spaesamento. “ Ti aiuterà a migliorare la tua visione interiore” certo, grazie tante. Ma intanto questa nebbia non voleva saperne di dissolversi. Forse un caffè mi aiuterà. Lo cercai sia in dispensa che in frigo ma senza risultati. Uscirò a prenderlo, pensai. Magari al bar, così compro anche le sigarette. Caffè e sigaretta, che mi aiuteranno anche ad andare di corpo! Sigarette…ma io non fumo. Appoggiai entrambe le mani sul piano di lavoro in cucina e chiusi gli occhi. Avevo l’impressione di essere in grado di ricordare meglio ad occhi chiusi.

“Tiger Eye”…lei mi chiamava Tiger Eye.  

Sul parquet c’era ancora steso il tappetino di yoga, a fianco ad esso fogli sparsi di mantra ed alcune sequenze di pose yoga, un taccuino aperto su una pagina scritta per metà ed un libro che raccolsi. Era un’edizione tascabile di What to say when you talk to yourself. Sedetti in ginocchio sul tappettino e presi in mano il taccuino, l’ultima cosa scritta in penna nera e dai caratteri più vistosi rispetto al resto era: chi sei veramente e che cosa vuoi davvero? Spostai in un unico movimento sia il taccuino che il libro ed i fogli lontani da me, facendoli scivolare e sparpagliare sul parquet poi separai le ginocchia unendo gli alluci e stesi l’intero torso sulla superficie del tappetino, le braccia distese oltre la testa. Concentrati solo sul respiro, radicati a terra in questo momento presente e lascia andare le tensioni e la nebbia che oscura la tua mente – pensai. Passai un tempo imprecisato in quella posizione, poi mi mossi supino con le ginocchia al petto, portando consapevolezza alla colonna vertebrale. Continuavo a sentirmi confuso ed annebbiato ma almeno ero un po’ più tranquillo. Il respiro più profondo, diaframmatico.

“Il potere del respiro consapevole. La tua ancora inaffondabile, la tua oasi rigogliosamente verde sia nella pratica che nella vita.”  Amava il mio linguaggio e il modo in cui conducevo le pratiche, durante le mie classi. Era sempre in prima fila e seguiva le mie istruzioni diligentemente, muovendo quel suo corpo sinuosamente.

Uscii dall’appartamento più di un’ora dopo, sopra la t shirt bianca avevo una camicia di flanella, all’interno del taschino c’era il cellulare. Spento. E apparentemente scarico, dato che non si accendeva. Decisi di lasciarlo così com’era, dal momento che mi trovavo già fuori casa, nella corte interna di un vecchio edificio del quale io occupavo 60 mq di appartamento al piano terra. Aveva smesso di piovere, ma l’umidità permaneva nell’aria e le grosse nuvole grigie soprastanti davano da intendere che si trattasse solo di una sosta momentanea.

“Mi è piaciuta tantissimo quella frase con cui hai concluso la classe stasera: Tu sei il cielo e tutto il resto è solo il tempo. Chi l’ha detta?”

 “Pema Chodron. Ho diversi suoi libri a casa, te ne posso portare uno alla prossima classe…oppure puoi passare da me per una tisana un giorno di questi così ti scegli tu quello che preferisci.”

“Mi piace l’idea.”

Dopo essermi fermato in farmacia a prendere dell’antisettico per la mia bocca gonfia, mi fermai al bar della biblioteca a bere un caffè americano in tazza grande. Avevo voglia di tenere qualcosa di caldo tra le mani, anche se era molto più in profondità che sentivo freddo. Un freddo che non si sarebbe dissolto così facilmente. Non bastava un caffè, forse un abbraccio mi avrebbe aiutato? Difficile a dirsi in quel momento di deliberata solitudine. Chiesi alla barista un bicchiere di acqua tiepida e andai in bagno a fare un risciacquo con l’antisettico, tenendo lo sguardo fisso all’immagine di me riflessa allo specchio. Chi sei veramente e che cosa vuoi davvero? Di nuovo quella sensazione; come se mi trovassi immerso dentro un denso purgatorio morale, appiccicoso e pesante. Sputai l’acqua nel lavandino e mi chinai in direzione del rubinetto per risciacquare la bocca, che continuava a dolermi, quel sapore ferroso che andava e veniva.

Accettare. Accettare la realtà, così com’è e non come vorresti che fosse. Sentivo la mia voce riecheggiarmi nelle orecchie…reminiscenze di qualche discorso fatto durante qualche classe di yoga. Accettare la realtà. Ottima occasione per mettere in pratica questo insegnamento senza tempo. Ma di quale realtà si stava parlando?

Presi in prestito un paio di libri dal piano superiore della biblioteca ed uscii, deciso a tornare a casa passando per il parco. E lì, camminando tra i sentieri che si srotolavano attorno a cedri e bagolari, nuovamente mi sentivo in conflitto, non sapendo se nei riguardi di me stesso o altro. E se era “altro”, che cos’era? E perché quel costante senso conflittuale, di non appartenenza? C’era troppa confusione nella mia mente, tanto da non farmi apprezzare la meravigliosa quiete che di controparte mi circondava in quel momento, al parco in una tarda mattinata nuvolosa. Accelerai il passo e dieci minuti più tardi ero tornato nella corte dell’edificio dove abitavo, che si apriva su un’ ampia distesa di ghiaia.                         Rientrai nell’appartamento, posai i due libri che avevo con me e le chiavi sul mobile dell’ingresso e mi tolsi le scarpe. C’era uno strano odore in quell’interno, un odore indefinibile che non avevo notato ore prima ma che adesso, di ritorno dall’esterno, era evidente. Indefinibile ma evidente. E non particolarmente piacevole. Accesi prontamente uno degli incensi indiani nell’intento di coprire quel non-so-che di sgradevole con i fumi del sandalo di Mysore. Misi in carica il cellulare e finalmente lo accesi, rendendomi conto che dal mio risveglio non mi ero minimamente preoccupato di che giorno fosse. E, in effetti, non ne avevo la minima idea.

Avevo quattro chiamate perse ed un messaggio vocale su what’s app.

“Rafa? Spero tutto bene? Non ti sei presentato alla classe delle 10. La prossima volta ti prego di avvisare per tempo, sia per rispetto dello studio ma soprattutto degli studenti che ti aspettavano. Dai, fatti sentire. Ciao.”

La classe mattutina allo studio di Ananthy. L’avevo completamente rimossa. Quindi era lunedì. Mi domandai cos’altro mi fossi dimenticato. Mi sono dimenticato di mangiare, da quando mi sono alzato – pensai. Presi due fette di pane a cassetta e le infilai nel tostapane, poi aprii il frigo per controllare se ci fosse un mezzo avocado da spalmarci sopra. Fu allora che lo vidi. Marrone e rossiccio. Un cuore umano, al centro dello scomparto ad altezza occhi, tra gli yogurt ed il formaggio spalmabile. Era all’interno di un tupperware di plastica che era pieno per metà di un liquido che poteva essere formalina. Rimasi ad osservare quel cuore per un tempo indefinito, la luce del frigo ad illuminare la mia espressione di stupore. Poi decisi di chiamare Greg.

 

2.

Tiger Eye. La sua immagine tornava senza chiedere permesso.
Non come un ricordo, ma come una presenza che si infilava tra le cose mentre facevo altro. Non seguiva un ordine. Non rispettava i luoghi.

Era su una spiaggia in Sri Lanka, con i piedi affondati nella sabbia ancora fredda del mattino, e mi guardava come se avessi appena finito di dire qualcosa di inutile. Poi era su una montagna in Cile, il vento che le muoveva i capelli e quella stessa espressione: non di giudizio, ma piuttosto di attesa. Come se stesse aspettando che smettessi di girare attorno a una risposta. Come se il suo silenzio fosse un invito che mi spingeva a prendere una decisione. Per una volta nella tua vita, Rafa, prendi una dannata decisione. Era la mia voce che sentivo rimbombare nelle orecchie ora, non la sua.

A Nuova Delhi la vidi attraversare la strada in mezzo al traffico menefreghista, le mani strette attorno allo zaino, viva, concentrata. Io ero fermo. Lei no.

Sul tappetino di yoga, invece, giaceva immobile in savasana, la posa del morto. La guidavo io, quella pratica. La mia voce riempiva la sala. Lei respirava. Osservavo il suo addome espandersi e contrarsi lentamente.
“Porta consapevolezza al battito del tuo cuore. Osservalo mentre i battiti rallentano e tu ti sciogli a terra…”

Era suo il cuore nel mio frigo?
La domanda mi attraversò come una secca frustata, senza immagini a proteggerla.
Non poteva essere il suo. Non doveva esserlo. Non perché fosse impossibile, ma perché avrebbe significato che avevo smesso di vedere qualcosa mentre era ancora vivo.

Mi portai istintivamente la mano al petto.
La pietra non c’era.

L’Occhio di Tigre.
Dicevi che proteggeva, che aiutava a vedere meglio. Io l’avevo accettata come si accettano i talismani: senza chiedere troppo. E senza metterli davvero alla prova. Ora non sapevo dove fosse, e mi resi conto che non era la prima cosa importante che perdevo senza accorgermene subito.

“Tu respiri benissimo,” mi dicevi. “Respiri per restare in equilibrio. Ma quando ti sbilanci?”

Non ricordo se quelle frase le avesse dette davvero o se le ho costruite io dopo. In entrambi i casi, non ho mai risposto.

 

3.

Greg si presentò a casa mia mezz’ora dopo a bordo della sua bici da corsa.

Legò la ruota anteriore al portabiciclette condominiale con un massiccio lucchetto a catena. Teneva molto a quella bici, ed era oltretutto indispensabile per il suo lavoro da food rider che aveva iniziato a fare a tempo pieno, dopo essere stato licenziato dalla pompa di benzina nella quale lavorava. Aveva aggredito il suo capo, verbalmente e fisicamente. “Mi faceva mobbing verticale e io proprio non lo potevo tollerare sai” mi aveva detto.                         Al licenziamento era seguita una denuncia per aggressione. Greg ed i suoi proverbiali cinque minuti. E non c’era verso di mitigare quella sua impulsività, a nulla erano serviti i miei numerosi e vani tentativi di farlo partecipare a qualche classe di yoga o a qualche seduta di meditazione. Da un lato era affascinato dal potenziale di queste pratiche. Gli interessava soprattutto l’aspetto flessibilità e controllo del corpo, ma non riusciva a capire che era direttamente proporzionale al controllo della mente. Da un altro lato, tuttavia, procrastinava uscendosene con frasi cliché del tipo “Sembra figo ma no Rafa, non fa proprio per me…”

Entrò senza bussare, come sempre. Non per maleducazione: semplicemente non concepiva l’idea di restare fuori da uno spazio che considerava già suo. L’aria dell’appartamento cambiò subito. Non era un’impressione: il suo corpo occupava il posto prima ancora delle parole.

“C’è un odore strano,” disse.
Non chiese spiegazioni.

Greg aveva quel modo di stare al mondo: notava le cose e le diceva, senza preoccuparsi troppo di cosa avrebbero innescato. Si tolse il casco, lo appoggiò sul tavolo con un gesto deciso e si guardò intorno. Le spalle larghe, le mani segnate, una tensione costante come se stesse trattenendo qualcosa sotto la pelle.

Io rimasi fermo.
Con Greg succedeva sempre così: io mi fermavo, lui si muoveva.

“Sei sparito,” continuò. “Ananthy mi ha scritto. Non è da te.”

Non era un rimprovero. Era un dato di fatto. Greg non era il tipo che giudicava: si limitava a reagire.

Si avvicinò al frigo.
Feci un passo verso di lui, senza sapere perché. Forse per fermarlo, forse per essergli più vicino nel momento in cui qualcosa sarebbe successo.

“Rafa,” disse, voltandosi appena, “tu quando le cose diventano vere fai sempre così.”

“Così come?”

“Così niente.”

Aprì il frigo.

Non urlò.
Greg non urlava mai quando qualcosa lo colpiva davvero. Si irrigidì. Le mascelle serrate, lo sguardo fisso, come se stesse cercando di decidere in quale parte del corpo far finire quella cosa che stava sentendo.

“Che cazzo è?” disse piano.

Non risposi subito.

“Non lo so,” dissi infine.
Era la risposta più onesta che avessi.

Mi guardò. Per la prima volta da quando lo conoscevo, non c’era rabbia nei suoi occhi. C’era qualcos’altro. Delusione, forse. O paura.

“Tu sparisci,” disse. “E poi tocca sempre a me fare qualcosa.”

Chiuse il frigo con troppa forza.
Il rumore rimbombò nell’appartamento come una scelta presa al posto mio.

4.

Lo studio era già aperto quando arrivai. L’odore familiare di incenso e detergente per il parquet mi accolse come sempre, ordinato, prevedibile. Ananthy era alla reception, concentrata su un registro. Alzò lo sguardo solo quando mi sentì entrare.

“Ciao,” disse.
Nient’altro.

C’era stato un tempo in cui ci salutavamo diversamente. Un tempo breve, senza intensità teatrali. Era successo perché entrambi eravamo lì spesso e perché il corpo, a volte, decide prima della mente. Era finito nello stesso modo: senza discussioni, senza spiegazioni, lasciato scivolare via da me come molte altre cose nella mia vita. Ananthy non me lo aveva mai rinfacciato.

“Dieci minuti,” disse guardando l’orologio. “Poi iniziamo.”

Annuii.
In quel gesto c’era tutto il nostro rapporto attuale.

Entrai nella sala. I tappetini erano già disposti, equidistanti. La luce filtrava morbida dalle finestre alte. Uno spazio pensato per contenere, non per perdersi. Mi sedetti sul mio tappetino, chiusi gli occhi e iniziai a respirare.

Il corpo rispondeva. Sempre.
Era la parte facile.

Quando iniziai a parlare, la voce uscì stabile, sicura. Le parole giuste, quelle che avevo ripetuto centinaia di volte. Invitai a sentire il peso, a lasciarlo andare, a non forzare. Qualcuno respirava rumorosamente. Qualcun altro si muoveva.

Io non sentivo nulla.

Alla fine della classe, Ananthy era appoggiata allo stipite della porta. Non commentò. Mi guardò come si guarda qualcuno che si conosce abbastanza da non aver bisogno di domande.

“Stai bene?” chiese.

Era una domanda pratica. Non una carezza.

“Sì,” risposi.
Era la risposta più semplice.

Lei annuì lentamente.

Avrei voluto dirglielo,ad Ananthy. Avrei voluto dirle: A dire il vero non so se sto bene o sto male. So che cè un cuore umano nel mio frigorifero e non so di chi sia. Penso potrebbe essere di una ragazza di cui ho un vaghissimo ricordo. Ad essere sincero, è da ieri che ho un vaghissimo ricordo della mia esistenza stessa. E ti giuro, non è una scusa per giustificare la mia assenza alla classe di ieri. Ho un cuore nel frigorifero. Conservato in formalina. E non so che fare.

Ma non dissi niente. Mi limitai ad indossare la camicia di flanella ed il pullover a trecce prima di uscire.

“Fammi sapere se domani ci sei.”

Non disse altro. Non serviva.
In quello spazio, le cose che non vengono dette pesano quanto quelle che si fanno.

5.

Aprii il frigorifero senza esitazione. Il rumore del motore mi parve improvvisamente inutile, fuori luogo. Il cuore era lì, come sempre. Avvolto, immobile. Non provai più repulsione. Neppure paura. Solo una stanchezza nuova.

Lo presi tra le mani.

Era più pesante di quanto ricordassi. O forse ero io a essere meno distante. La superficie era fredda, ma non gelida. Aveva una temperatura precisa, come se avesse sempre atteso quel momento.

Non mi chiesi più da dove venisse. Né a chi appartenesse. Quelle domande avevano smesso di produrre effetti.

Mi spogliai lentamente. Appoggiai il cuore contro il petto. La pelle reagì subito. Un riflesso animale. Trattenni il respiro. Non c’era dolore. Solo una pressione costante, ineludibile.

Rimasi in piedi a lungo, senza fare nulla. Il peso si distribuiva male. Ogni movimento lo rendeva evidente. Ogni respiro lo spostava di pochi millimetri.

Pensai a Greg, alla sua urgenza.
Ad Ananthy, alla puntualità delle sue mattine.
A Tiger Eye, al suo sguardo che non concedeva riparo.

Nessuno di loro era lì.
Eppure non ero solo.

Uscii di casa. Il mondo non reagì. Il traffico scorreva menefreghista sui viali, in quella cittadina come a Delhi, un luogo di cui conservavo un ancestrale ricordo nel quale lei era con me. O forse si allontanava da me.

Lì, in quel preciso momento le persone camminavano, parlavano, attraversavano la strada. Nessuno si fermò. Nessuno notò nulla.

Il cuore batteva contro di me a ogni passo.

Non mi sentii migliore. Non mi sentii guarito, poiché non lo ero.

Ma per la prima volta, ciò che avevo vissuto non era più altrove.

Sarei tornato a casa di lì a poco, e avrei rimesso il cuore in frigo nello stesso modo in cui si ripone un guinzaglio dopo che si è usciti col cane. Mi sarei messo a scrivere sedendo a gambe incrociate sul tappetino di yoga che era perennemente srotolato in mezzo al salotto. Avrei fatto volare la penna sul foglio e la mente tra le sue valli ed i suoi oceani sterminati. Avrei scritto di un’umanità addormentata, cullata da illusioni. E anch’io, certo, io non ero da meno. Anch’io parte di quest’umanità danzante e amnesica.

Avrei in seguito spento le luci e lasciato che gli spiragli di notte da fuori si mischiassero al buio tranquillo della mia camera.

L’avrei fatto. Ma non ancora, non adesso. Avrei voluto camminare ancora un po’, quel cuore umano freddo e vivo ed io. Forse dentro il parco, a sedere su di una panchina sotto un cedro e un cielo plumbeo. Sarei rimasto ancora a lungo con quel senso di dolce e vasta vulnerabilità battere dentro entrambi i cuori.

Indossare un cuore testo di Mudita
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